lunedì 26 novembre 2012

Nove vite come i gatti

Gran parte della nostra vita è fondata su un brutto vizio: la presunzione.[...]Proprio non ci va già di essere piccole tessere di un puzzle infinito. [...] Cari fratelli di zuppa, il mio nome è Margherita, ho due mani dotate di pollice opponibile come quella dei miei antenati scimpanzé, due occhi per guardar per aria, una bocca che non riesco a tener chiusa e due gambe che ormai fanno un po' di fatica a portarmi in giro. Sapete com'è, ho novant'anni.
Ieri ho trovato questo libro su un banchetto del mio vecchio asilo per raccogliere fondi per la terza età. Margherita Hack vicino alle edizioni Piemme? Non l'ho potuta lasciare lì.

L'ho portato a casa con me e prima di dormire l'ho letto tutto d'un fiato. Cento e rotte pagine dopo ho spento la luce. Ed ero commossa. Commossa perché la professoressa Hack, dopo un viaggio nella storia italiana, mi ha insegnato che la vecchiaia non esiste, e io le credo.

In un periodo in cui i nostri governanti ci dicono che non dobbiamo essere "choosy" e che dobbiamo essere flessibili, che l'importante è mangiare anche cambiando lavoro una volta l'anno quando va bene, la professoressa ci prende la mano per portarci tutto da un'altra parte, dicendoci che è proprio nel momento più buio che dobbiamo ricordarci di avere un dovere fondamentale. Quello di svolgere al meglio il nostro lavoro. E io le voglio credere.

"... abbiamo il dovere di svolgere il nostro ruolo.
Dal mio punto di visto è un principio base della mia etica professionale ed è legato a doppio filo a concetti come la giustizia, il rispetto del prossimo e dell'orgoglio del proprio lavoro.
Capisco che in un periodo come questo, in cui in tanti un lavoro fanno fatica a trovarlo, parlare di "orgoglio del lavoro" sia un po' un controsenso, ma credo che si tratti di un valore fondamentale e imprescindibile. Anzi, è proprio in situazioni difficili come questa che lo si deve ribadire e difendere con più forza, soprattutto per zittire tanta gente che parla a sproposito.
Per esempio ho trovato insensata quell'uscita di Monti sulla monotonia del posto fisso. Lui si è scusato dicendo che la frase era presa fuori contesto, ma io invece credo che abbia voluto dire esattamente quello che gli abbiamo sentito uscire di bocca.
Qual è la necessità o addirittura la bellezza del cambiar continuamente lavoro?
Perché ci siamo fatti convincere che la chiave del futuro risiede nella mobilità sfrenata?
Quel che conta è che ognuno abbia il suo lavoro, che lo faccia bene e che se lo tenga. Con gli anni la nostra capacità di svolgere un mestiere si perfeziona, si trasforma, troviamo nuovi modi per compiere delle mansioni e - in questa maniera - cambiamo sempre lavoro anche se restiamo fermi. Vale per il panettiere come per l'ingegnere. Invece cambiando continuamente mestiere non facciamo altro che condannarci a restare apprendisti a vita."

Nove vite come i gatti. 
I miei primi novant'anni laici e ribelli 
Di Margherita Hack e Federico Taddia
ed. Rizzoli

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3 commenti:

knitting bear ha detto...

Grande Margherita Hack, la citazione in fondo mi fa venire i brividi al pensiero del futuro che ci hanno strappato di mano, della dignità che ci stanno togliendo. L'unica cosa peggiore di questa è che, secondo me in una certa misura è colpa nostra.

Virginia R. ha detto...

Mi fa pensare a Faussone, l'operaio de "La chiave a stella" di Levi...

try2knit ha detto...

@orsetto: Il probelma è che è colpa nostra in una certa misura e che quella misura non è infinitesimale, ma piuttosto alta.


@ziavirgi: Ci credi che non l'ho letto? Devo rimediare assolutamente! Grazie per lo spunto